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   guerra   

                                                                                                                                                              Articolo 21 della Costituzione

 
SE IL MANIFESTO CENSURA L'ARTICOLO DI UN SUO GIORNALISTA
 


 

di Manuela Iatì
 

Un articolo sulle responsabilità dirette degli Stati Uniti nello scoppio della guerra in Ucraina, che viene prima pubblicato da uno storico quotidiano italiano e poi improvvisamente rimosso, e il suo autore, giornalista, scrittore, geografo e analista geopolitico di grandissima esperienza e competenza, che dopo aver tenuto per ben 10 anni una rubrica su quel quotidiano, L’arte della guerra, stabilisce – dopo questa decisione – di chiudere il suo rapporto.

 

Il giornale è il Manifesto, il giornalista Manlio Dinucci.

Tutto si consuma in poche ore, l’8 marzo, quando Dinucci scrive di come gli Usa avessero da tempo un piano preciso contro la Russia, elaborato dalla Rand Corporation, e cita un precedente articolo dello stesso quotidiano, risalente al 2019.

 

Il Manifesto pubblica il nuovo pezzo sul suo sito, ma poco dopo lo cancella. Cliccando, infatti, sul link originario si viene rimandati alla finestra ritratta nell’immagine a sinistra: «Spiacenti, la pagina che stavi cercando potrebbe essere stata rimossa o essere disponibile ad un altro link», link che però non esiste.

 

È lo stesso Dinucci a spiegare l’accaduto, come riportato da numerosi utenti social: «L’8 marzo, dopo averlo per breve tempo pubblicato online, il Manifesto ha fatto sparire nottetempo questo articolo anche dall’edizione cartacea, poiché mi ero rifiutato di uniformarmi alla direttiva del Ministero della Verità e avevo chiesto di aprire un dibattito sulla crisi ucraina. Termina così la mia lunga collaborazione con questo giornale, su cui per oltre dieci anni ho pubblicato la rubrica L’Arte della guerra».

 

Parole inequivocabili e molto dure, che riferiscono di una pesantissima censura, dovuta evidentemente a indebite pressioni. Di chi e perché?

Paradosso vuole che, peraltro, protagonista del caso sia un giornale, il “quotidiano comunista”, che tradizionalmente tutto poteva dirsi fuorché “amico” degli americani, della loro visione, della loro azione. Dunque perché cassare il racconto dell’anziano collaboratore (che proprio contro gli Usa punta il dito) “obbedendo” a quella che lui, con pesante accusa, definisce una “direttiva del Ministero della Verità”?

 

In un dibattito politico e giornalistico non viziato, proprio quel racconto dovrebbe essere un ottimo spunto per riflessioni, confronti, ricerche successive, fondamentali per comprendere scenari e ragioni della guerra e aiutare gli stessi decisori nel loro difficile cammino in rappresentanza degli elettori.

Quel che è certo è che, se le cose stanno come Dinucci racconta, il danno che ne deriva non è solo a suo carico, ma anche a carico della collettività.

Dopo due anni di pandemia che ci hanno restituito una narrazione pressoché unidirezionale dei fatti, povera di spirito critico, povera anche di notizie e approfondimenti che non fossero quelli propinati dalle Istituzioni o da esse ispirati, ci ritroviamo ancora una volta, anche dinanzi a una vicenda ulteriormente complessa e terribile come una guerra, a non riuscire a colmare la nostra sete di informazione attraverso la necessaria dialettica tra diversi punti di vista, in cui non ci sia la demonizzazione di uno di essi e la glorificazione degli altri, ma tutti siano ascoltati, sviscerati, verificati, integrati.

 

La stampa è presidio di libertà per i cittadini, che devono poter conoscere tutte le sfaccettature di uno o più fatti per poterli capire, formarsi un’idea, stimolando e usando senso critico e, appunto, conoscenza, così da poter poi vigilare sul potere politico e orientarne le decisioni.

Senza un’informazione equilibrata e il più possibile completa non c’è stampa, ma propaganda. Che è preludio di repressione dei diritti, oppressione, controllo sociale.

Cos’è che fa paura, cos’è che impedisce, in molti casi, di raccontare perfino la storia, perfino la successione di eventi, certi e cristallizzati? Chi e perché lo fa? In questo caso – anche e soprattutto in questo caso – la posta in gioco è altissima. Ha a che fare con la distruzione di territori e di vite umane, stritolate da chi, al piano superiore, sembra solo animare giochi di potere. Rimuovere voci che parlano lingue diverse, che toccano corde diverse, che raccontano fatti diversi significa partecipare a quei giochi. Alimentarli, anche. E continuare a stritolare vite innocenti.

 

Qui di seguito, riportiamo l’articolo rimosso dal Manifesto:

 
Ucraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corp

 

di Manlio Dinucci
8 marzo 2022

 

Il piano strategico degli Stati uniti contro la Russia è stato elaborato tre anni fa dalla Rand Corporation (Il Manifesto, Rand Corp: come abbattere la Russia, 21 maggio 2019). La Rand Corporation, il cui quartier generale ha sede a Washington, è «una organizzazione globale di ricerca che sviluppa soluzioni per le sfide politiche»: ha un esercito di 1.800 ricercatori e altri specialisti reclutati da 50 paesi, che parlano 75 lingue, distribuiti in uffici e altre sedi in Nord America, Europa, Australia e Golfo Persico.

Personale statunitense della Rand vive e lavora in oltre 25 paesi. La Rand Corporation, che si autodefinisce «organizzazione non-profit e non-partisan», è ufficialmente finanziata dal Pentagono, dall’Esercito e l’Aeronautica Usa, dalle Agenzie di sicurezza nazionale (Cia e altre), da agenzie di altri paesi e potenti organizzazioni non-governative.

 

La Rand Corp. si vanta di aver contribuito a elaborare la strategia che permise agli Stati uniti di uscire vincitori dalla guerra fredda, costringendo l’Unione Sovietica a consumare le proprie risorse nell’estenuante confronto militare. A questo modello si è ispirato il nuovo piano elaborato nel 2019: «Over-extending and Un-balancing Russia», ossia costringere l’avversario a estendersi eccessivamente per sbilanciarlo e abbatterlo.

Queste sono le principali direttrici di attacco tracciate nel piano della Rand, su cui gli Stati Uniti si sono effettivamente mossi negli ultimi anni.

 

Anzitutto – stabilisce il piano – si deve attaccare la Russia sul lato più vulnerabile, quello della sua economia fortemente dipendente dall’export di gas e petrolio: a tale scopo vanno usate le sanzioni commerciali e finanziarie e, allo stesso tempo, si deve far sì che l’Europa diminuisca l’importazione di gas naturale russo, sostituendolo con gas naturale liquefatto statunitense.

In campo ideologico e informativo, occorre incoraggiare le proteste interne e allo stesso tempo minare l’immagine della Russia all’esterno. In campo militare si deve operare perché i paesi europei della Nato accrescano le proprie forze in funzione anti-Russia.

 

Gli Usa possono avere alte probabilità di successo e alti benefici, con rischi moderati, investendo maggiormente in bombardieri strategici e missili da attacco a lungo raggio diretti contro la Russia. Schierare in Europa nuovi missili nucleari a raggio intermedio puntati sulla Russia assicura loro alte probabilità di successo, ma comporta anche alti rischi. Calibrando ogni opzione per ottenere l’effetto desiderato – conclude la Rand – la Russia finirà col pagare il prezzo più alto nel confronto con gli Usa, ma questi e i loro alleati dovranno investire grosse risorse sottraendole ad altri scopi.

 

Nel quadro di tale strategia – prevedeva nel 2019 il piano della Rand Corporation – «fornire aiuti letali all'Ucraina sfrutterebbe il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia, ma qualsiasi aumento delle armi e della consulenza militare fornite dagli Usa all'Ucraina dovrebbe essere attentamente calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio in cui la Russia, a causa della vicinanza, avrebbe vantaggi significativi».

 

È proprio qui – in quello che la Rand Corporation definiva «il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia», sfruttabile armando l’Ucraina in modo «calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio» – che è avvenuta la rottura.

Stretta nella morsa politica, economica e militare che Usa e Nato serravano sempre più, ignorando i ripetuti avvertimenti e le proposte di trattativa da parte di Mosca, la Russia ha reagito con l’operazione militare che ha distrutto in Ucraina oltre 2.000 strutture militari realizzate e controllate in realtà non dai governanti di Kiev ma dai comandi Usa-Nato.

L’articolo che tre anni fa riportava il piano della Rand Corporation terminava con queste parole: «Le opzioni previste dal piano sono in realtà solo varianti della stessa strategia di guerra, il cui prezzo in termini di sacrifici e rischi viene pagato da tutti noi». Lo stiamo pagando ora noi popoli europei, e lo pagheremo sempre più caro, se continueremo ad essere pedine sacrificabili nella strategia Usa.

 

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