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PANDEMIA: SE L'USURA
LA FANNO LE BANCHE

 

Intervista all'avvocato Biagio Riccio, esperto di diritto commerciale, che affianca le aziende nei processi di crisi. È presidente dell’associazione Favor debitoris; nelle sue pubblicazioni e scritti sostiene che bisogna riportare le banche alla Costituzione

 


 

di Tamara Ferrari

 

Circa 300 mila imprese a rischio chiusura, riduzioni del volume di affari di oltre il 50%, mancanza di liquidità, problemi burocratici, difficoltà di accesso al credito. È il risultato di due anni di pandemia, che hanno messo in ginocchio il core business dell’economia italiana. Tante sono finite nelle grinfie degli usurai.

Secondo un report di Confcommercio, rispetto al 2019 in Italia è più che raddoppiata la quota di imprenditori che ha fatto ricorso all’usura (27% contro il 12,7%). Non solo: sono a immediato e grave rischio altre 40mila imprese del commercio, della ristorazione e dell’alloggio.

Con la pandemia c'è stata una recrudescenza del male», conferma l'avvocato Biagio Riccio, specializzato in diritto societario, fallimentare, bancario, che affianca le aziende nei processi di crisi, «il lockdown ha messo in crisi tantissime imprese. Successivamente, misure come il Green pass, che costringono per esempio i ristoratori a selezionare la clientela sulla base di una certificazione e a impedire l'accesso nei propri locali a chi non la possiede, hanno contribuito ad acuire la situazione. Il risultato è che molti imprenditori sono finiti o rischiano di finire nelle mani degli usurai».

 

 

 

Che cosa è successo durante la pandemia?

«Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di un fenomeno che si può chiamare “usura d'impresa”».

 

In che cosa consiste?

«L'usuraio salva l'impresa in crisi, alla quale le banche hanno negato un prestito poiché, per le centrali dei rischi, il titolare è un “cattivo pagatore”. L'imprenditore, però, vuole comunque salvare la sua azienda, così ricorre al mercato dell'usura. L'usuraio non si limita a prestare soldi a tassi altissimi. Lascia la vittima a gestire l'azienda, ma ne acquisisce la maggioranza del capitale sociale. Rimasto a capo dell'azienda, l'imprenditore, che magari riceve anche un irrisorio stipendio, crede di essere stato salvato. Ma non è così. Infatti viene poi fagocitato alla scadenza del prestito, e viene scacciato via. Alla fine l'imprenditore si ritrova senza lo stipendio e senza la sua impresa. Quindi, l'usura non solo ha colpito la persona ma anche l'azienda. La cosa più grave è che tutto risulta legale, poiché l’usuraio non commette alcuna violenza fisica, anzi fornisce apporto di liquidità sottoscrivendo il capitale sociale. Questo fenomeno si è verificato tantissimo durante la pandemia. Il Procuratore Nazionale Antimafia Ferdinando Cafiero De Raho ci ricorda che la sottoscrizione del capitale sociale di imprese decotte ed improvvisamente salvate è il risultato del riciclaggio di denaro sporco di associazioni mafiose e camorristiche, oltreché della 'Ndrangheta calabrese, che hanno inserito nelle aziende fagocitate propri affiliati».

 

Eppure, in questi due anni sono stati elargiti aiuti alle imprese danneggiate dal lockdown.

«La verità è che le famose provvidenze a difesa del ceto debole non si sono riscontrate. Questo perché il merito creditizio è ancora l'elemento dominante e discriminante da parte delle banche per concedere linee di credito, nonostante che la normativa eccezionale della pandemia non lo richieda».

 

I soldi, però, sono arrivati.

«Sono andati a chi già li aveva, non certo ai poveri imprenditori i cui nomi erano iscritti nelle centrali rischi. Il merito creditizio ha impedito l'arrivo degli aiuti a chi ne aveva davvero bisogno. Eppure per le linee di credito che sono state concesse dall'Europa era scritto che si sarebbero potute sollevare le aziende in difficoltà a causa del lockdown a prescindere dall’iscrizione nelle centrali rischi e dal merito creditizio. Così non è stato, perché le banche hanno imposto che i soldi andassero a quelle imprese che già erano solide».

 

Dunque, le banche sono responsabili del fallimento di tante piccole e medie imprese?

«C'è di più: le banche hanno fatto un uso distorto di queste provvidenze. Invece di affidarle all’economia reale, cosa che sarebbe stato necessario per attuare il fine delle leggi a sostegno delle imprese in crisi secondo lo spirito delle stesse istituzioni europee, gli istituti di credito ne hanno approfittato a malo modo. I soldi sono stati utilizzati laddove c'erano esposizioni già pendenti, debiti già incagliati. Faccio un esempio: un imprenditore ha un debito di 100mila euro con la sua banca; sono arrivati gli aiuti e ne avrebbe dovuto avere accesso. Ma di fatto non è avvenuto così: l’importo dei 100 mila euro non è stato utilizzato per incrementare e dare manforte ad un investimento e risollevare l’azienda beneficiaria, bensì per ripianare il debito che quest’ultima intratteneva con l’istituto di credito.. Quindi, alla fine della fiera, all'economia reale non è arrivato proprio nulla. Infine si deve constatare che la stessa magistratura ha reso pronunce filobancarie».

 

In che senso?

«La maggior parte dei magistrati rende sentenze molto vicine alle esigenze delle banche e poco a quelle del consumatore. Nonostante che le banche abbiano concesso prestiti con tassi che sono superiori alle soglie, in altre parole, ai limiti stabiliti dai decreti ministeriali, la giurisprudenza non ne prende atto e non condanna gli istituti di credito. Infatti si afferma nelle sentenze che l’usura non si riscontra perché, per esempio, nel calcolo del tasso praticato dalla banca non va inserita la commissione di massimo scoperto, laddove essa è l’addendo maggiormente produttivo di usura. Per non parlare del fatto che le banche adottano ancora oggi la logica del prendere o lasciare. Quindi, per concedere un prestito di 100mila euro chiedono fideiussioni di 400 o 500 mila euro».

 

Sta dicendo che le banche adottano comportamenti usurai?

«Lo fanno. E anche questa è usura, ed è un'usura soggettiva di sfruttamento dello stato di bisogno. Ma questa è una vecchia battaglia, che portò all’emanazione della legge anti-usura, la 108 del 1996, in linea con la Costituzione ed in modo particolare con l’art. 41, secondo cui l’iniziativa economica privata deve coordinarsi a fini sociali, per attuare l’art. 3 in ordine alla promozione dell’eguaglianza sostanziale. Ma, nonostante lo spirito delle leggi, siamo al libro dei sogni, perché nella realtà non è così».

 

 

 

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