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    GUERRA    

Articolo 21 della Costituzione

 

L'INFORMAZIONE, DA QUALSIASI PARTE VENGA, NON PUÒ ESSERE CENSURATA

 


 

di Claudio Gerino

 

Censura per l’informazione? Mai.
Non c’è alcuna giustificazione all’intervento militare della Russia, per ordine di Putin, sul territorio ucraino. Intervento militare che non ha ragione d’essere in qualsiasi caso.

Già dovendo fare questa premessa, mi accorgo che, in qualche modo, sono costretto a dover applicare una forma di censura, sia pure all’incontrario, per non essere immediatamente tacciato come filo-putiniano o filorusso.

 

È gravissimo che – nel clima che si sta creando intorno all’informazione – bisogni per forza rimarcare le proprie distanze da una guerra che, per le sue caratteristiche, si configura come un’invasione.

La premessa, però, non mi fa recedere da un principio che considero assoluto: l’informazione, da qualsiasi parte provenga, non può e non deve essere posta sotto censura. Tantomeno e soprattutto per decreto, in particolare per ordine di entità politiche come l’Unione Europea, la Federazione degli Stati russi, addirittura l’Onu e la Nato.

 

Abbattere con le cannonate la torre della Tv di Kiev, al di là della scontata condanna per le vittime civili che può aver provocato, è un atto di censura inaccettabile. Come è inaccettabile il blocco delle notizie – anche se fossero solo di disinformazione - diffuse dai canali social e televisivi di Russia Today. Altrettanto inaccettabile la censura operata dalla Russia nei confronti dei network europei. Come è da respingere – senza se e senza ma – la censura “simmetrica” operata dai social occidentali più diffusi, dalle Tv occidentali, rispetto alle notizie, di qualsiasi genere, provenienti dalla Russia.

 

Compito dell’informazione – noi giornalisti lo ripetiamo da anni, ma lo applichiamo molto poco – è quello di “cercare, verificare, confrontare e spiegare” tutte le notizie, facendo anche – il termine è molto di moda – il debunking di quanto veniamo a conoscere nel nostro lavoro quotidiano. L’informazione non può essere definita a priori “buona” o “cattiva” perché proviene da una parte o dall’altra. L’informazione, tutta, deve essere verificata, controllata, accertando le fonti e spiegando – se necessario e sicuramente lo è – perché queste fonti diffondono determinate notizie.

 

Per far comprendere meglio questo passaggio, faccio un lungo salto indietro, all’epoca degli anni di piombo in Italia e del terrorismo, anni ’70 e ’80 dello scorso secolo. All’epoca della “geometrica potenza” delle Brigate Rosse, la maggior parte dei media decise di non pubblicare integralmente i messaggi diffusi dai terroristi. Non è in questa sede necessario stabilire se fu una scelta giusta o sbagliata. Fu, però, una decisione presa autonomamente da ampi settori dell’informazione. Non ci furono imposizioni o censure “dall’alto”. Pressioni sì, ovviamente, ma l’informazione, nel suo complesso, prese una decisione “autonoma”.

 

Oggi, invece, la censura è decisa fuori dal campo dell’informazione, non da chi – direzione dei media e redazioni – dovrebbe applicare il concetto di “cercare, verificare, confrontare e spiegare” le notizie. È decisa a livello politico, militare, economico. Da entrambi i fronti. Questo è il “vulnus” fondamentale: tagliare le fonti d’informazione (o di disinformazione) cancella nei fatti il ruolo dei media, li riduce a semplici “passa veline” ufficiali.

 

Certo, oggi verificare, confrontare e spiegare le notizie, provenendo queste da fonti tanto diverse, è un compito estremamente difficile per i media. Un tweet, un post su Facebook, un video o una foto su Instagram, un “messaggio” diffuso su Tik Tok hanno bisogno di un gran lavoro di controllo, cosa per cui le redazioni dei nostri media – in particolare in Italia – non sono attrezzate sufficientemente. Qua si potrebbe aprire una lunga parentesi sui perché, ma è un altro argomento. Basta solo sottolineare che nelle redazioni non c’è più una scuola vera di giornalismo sul campo, che sempre più contano i like, i click, le copie vendute in più (lo sappiamo bene, ma è giusto ribadirlo) rispetto alla veridicità delle notizie. Allora, facciamo qualche esempio di come – anche in presenza di una censura da tutti i fronti – i nostri media non stanno facendo il loro compito, aderendo nei fatti ad una censura e ad un’informazione che, da Est a Ovest, sembra essere ormai a senso unico.

 

LA FINTA "EQUIDISTANZA”

Se un’università italiana blocca una lezione su Dostoevskij, chiedendo – con una pezza ancora peggio della censura – che si parli anche di “scrittori ucraini”, un media non può e non deve solo riportare la notizia sganciata da un commento. È finta equidistanza che, alla fine, avalla nella sostanza la censura.

 

L'USO DELLE IMMAGINI

Non c’è stato alcuno scrupolo nel riportare sui nostri media il video di un impaurito soldato russo fatto prigioniero dagli ucraini mentre viene rifocillato e fatto parlare (e vedere) con i familiari russi. Un atto di umanità, giustissimo, degli ucraini. Ma i media che hanno diffuso quelle immagini non si sono minimamente preoccupate di quello che poteva capitare ai familiari del soldato in Russia. Il video faceva fare tanti click. Ecco, raccontare questa vicenda sarebbe stato giusto, forse anche pubblicare il video, ma con qualche precauzione per salvaguardare l’incolumità delle persone coinvolte. In questo caso, una forma non di censura ma di doveroso rispetto dei rischi è stata ignorata.

D’altro canto, però, non c’è alcuna forma di denuncia per quei media che – pur di raccontare in modo “spaventoso” la guerra in Ucraina, l’aggressione russa agli ucraini, hanno utilizzato anche immagini di videogame facendole passare come “reportage dal luogo delle distruzioni”. O che hanno addirittura utilizzato foto e video delle stragi avvenute nel Donetsk nel 2014 (questa volta ad opera di ucraini) facendole passare per le distruzioni e le stragi operate dalle truppe russe in questi giorni. Stragi e distruzioni che ci sono state, senza alcun dubbio, nel 2014 e ci sono oggi.

 

NOTIZIE NON VERIFICATE
Parliamo dell’ospedale pediatrico oncologico “bombardato” a Kiev. La notizia, diffusa da media ucraini, ha fatto il giro del mondo. A dimostrazione dell’insensibilità russa verso la popolazione. Ore di sdegno, invocazione alla guerra contro gli “assassini russi”, poi la smentita: nessun bombardamento.

La notizia faceva scalpore, andava bene comunque. Senza alcuna verifica. Succede continuamente. D’altro canto, invece – e qui sono sorpreso – non c’è media italiano che stia verificando le notizie che girano ieri e oggi su Telegram di quanti, intellettuali, uomini e donne di cultura e di spettacolo, stiano prendendo posizione, in Russia, contro la guerra in Ucraina. Una verifica attenta di queste informazioni potrebbe far capire quanto sia debole l’appeal di Putin sulla popolazione russa, insieme a quelle immagini degli arresti di persone che manifestano, in Russia, contro la guerra.

 

LISTE DI PROSCRIZIONE
Sui media italiani sta andando tanto di moda indicare chi sono (e quali caratteristiche politiche, sociali e umane) abbiano i filo-putiniani. Con tanto di nomi e cognomi, di riferimenti e rimandi storico-biografici. Associando Cacciari a Salvini, associando gli oligarchi russi a chi, con loro, ha avuto contatti (che fino al giorno dell’invasione russa in Ucraina potevano essere legittimi) in passato recente. Poi, dell’esclusione degli atleti paralimpici russi si dà solo una notizia asettica, una constatazione di fatto. Persino dell’esclusione dai concorsi internazionali felini per i gatti russi si dà la notizia, come se fosse una curiosità. Con buona pace, per le Olimpiadi, dello spirito olimpico. La mancanza di commenti critici è una forma di censura subdola, quella che sottende “hanno fatto bene”.

 

LA CENSURA VERA E PROPRIA
Qui entriamo nel novero delle azioni di esclusione totale, dello stabilire “manu militari” (e politica) che alcune fonti d’informazione, a priori, non devono essere consultate. Parliamo della censura a Russia Today, della chiusura su Sky e sul satellitare dei canali televisivi russi e del blocco di Facebook, Twitter e altri social media alle notizie che arrivano da fonti russe. L’idea che viene veicolata è che il fruitore delle notizie non sia in grado di avere una propria capacità critica. Questo viene stabilito “a monte” da un decisore politico, come è l’UE.

Anche in questo caso, l’informazione abdica al suo ruolo e lo fa senza alcun sussulto critico: ciò è altamente preoccupante. Oggi siamo convinti di stare dalla parte dei “buoni” (e magari lo siamo certamente), ma un domani la stessa decisione potrebbe essere adottata da qualche entità politica che legittimamente ha acquisito il potere e che magari consideriamo “cattiva”. Arma a doppio taglio, in ogni caso la censura va contro qualsiasi interesse di informazione e verifica sia da parte dei media, sia da parte dei fruitori finali.

 

NOTIZIE NON COMMENTATE
Un’altra forma di censura - in questo caso possiamo definirla “auto-censura”. Esempio: l’Italia ha decretato uno stato d’emergenza per la vicenda dei profughi dall’Ucraina. La maggior parte dei media non ha analizzato i presupposti giuridici (salvo rarissime eccezioni), né ha avuto lo scatto professionale di cercare di capire perché altri Paesi, molto più direttamente coinvolti dalla vicenda profughi ucraini, non abbiano sentito il bisogno di avere una legislazione emergenziale per far fronte alla situazione. Anche qui, la “velina” passa senza alcuna verifica.

 

LE GUERRE DIMENTICATE
In tutto questo contesto, la censura “di fatto” ha operato anche per tutte le guerre dimenticate e in corso. Già l’Ucraina stessa, nel 2014, fu coinvolta in un conflitto interno tra potere centrale e regioni autonomiste. Ci furono 14 mila morti, ma di questo se n’è parlato pochissimo sui media italiani e internazionali. Eppure, una delle motivazioni del conflitto in corso – senza entrare nel merito di ragioni e diritto – deriva proprio da quella “guerra”. Censura che anche oggi vediamo sui nostri media che non sanno ricostruire la storia di una nazione già dilaniata nel recente passato.

Altre guerre sono altrettanto “censurate”, anche senza ordini dall’alto: lo Yemen, il primo esempio che mi viene in mente, dove l’Arabia Saudita fa continui raid contro le popolazioni e dove le forze paramilitari yemenite rispondono con lancio di razzi verso la nazione medio-orientale.

L’elenco sarebbe lungo, basta fare una ricerca su Google per trovarlo. Tutte queste guerre ignorate, però, hanno un potenziale simile a quella in corso in Ucraina. Dietro le varie fazioni che si affrontano ci sono interessi economici, politici e finanziari di tutte le grandi potenze, UE compresa. Ma sono guerre dimenticate e ignorate dall’informazione. I perché li lascio all’intuizione di chi legge.

 

CONCLUSIONI
Parziali, certamente. Ci sarebbe ancora molto da dire. Il dato di fondo è che qualsiasi forma di censura non fa e non deve far parte di un ordinamento democratico, soprattutto se imposta dall’alto. Il ruolo dell’informazione deve essere quello di verificare tutte le notizie, commentarle e semmai spiegarne la falsità o meno. Il fruitore delle informazioni non è e non va considerato un “bambino ignorante” che non ha la capacità critica. Se necessario, l’informazione deve aiutare la crescita di questa capacità critica, non limitare la diffusione delle notizie. In caso contrario, si diventa complici della censura. La censura non è mai una cosa positiva, anche se si pensa che sia “per il bene dell’umanità”.

 

 

 

 

 

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